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Tumore del polmone: “un paziente su 5 è vivo a 3 anni con Nivolumab”

Madrid, 11 settembre 2017 – L’immuno-oncologia conferma nel tumore del polmone gli importanti risultati già raggiunti nel melanoma. Nivolumab è infatti in grado di triplicare e raddoppiare il numero di pazienti vivi a 3 anni rispetto alla chemioterapia (docetaxel) rispettivamente nell’istologia squamosa e non squamosa. I dati sono presentati al Congresso della European Society for Medical Oncology (ESMO) in corso a Madrid. Lo studio CheckMate -017 ha coinvolto 272 pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule squamoso: a tre anni il 16% dei pazienti trattati con nivolumab (uno su 6) era vivo rispetto al 6% con docetaxel. E nello studio CheckMate -057, che ha coinvolto 582 persone con la forma non squamosa della malattia, il 18% era vivo dopo 36 mesi (cioè un paziente su 5), raddoppiando così la percentuale rispetto alla chemioterapia (9%). Nel nostro Paese nel 2016 sono state registrate 41.300 nuove diagnosi di tumore del polmone (27.800 uomini e 13.500 donne). “L’Italia ha ricoperto un ruolo di primo piano in questi studi perché abbiamo arruolato il maggior numero di pazienti, circa il 10% del totale – spiega la dott.ssa Marina Garassino, responsabile della Struttura Semplice di Oncologia Medica Toraco Polmonare presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale di Tumori di Milano -. Oggi possiamo parlare di cronicizzazione della malattia. Queste persone non solo vivono a lungo termine, ma hanno anche un’ottima qualità di vita (possono lavorare, praticare sport ecc), risultati impensabili prima dell’introduzione dell’immuno-oncologia. Solo il 15% dei casi di tumore del polmone riguarda i non fumatori, che di solito presentano mutazioni genetiche e possono essere trattati con farmaci a bersaglio molecolare. Ma l’85% delle diagnosi interessa i tabagisti, che non sono caratterizzati da queste alterazioni e non disponevano fino a pochi anni fa di alcuna arma realmente efficace”. I dati presentati al Congresso ESMO rappresentano il più lungo follow up riportato con un inibitore di PD-1 rispetto alla chemioterapia in pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule precedentemente trattati. “La ricerca italiana si distingue a Madrid anche per 5 presentazioni relative a nivolumab utilizzato nella pratica clinica quotidiana – continua la dott.ssa Garassino -. Si tratta di dati ‘real life’, relativi cioè a pazienti non selezionati come avviene invece negli studi clinici. Sono state coinvolte quasi 1600 persone, in alcuni casi in condizioni particolarmente critiche perché molto anziane o con metastasi cerebrali (e proprio per questo tradizionalmente escluse dagli studi clinici). I dati ‘real life’ confermano l’efficacia, la sicurezza e la tollerabilità della molecola anche in queste categorie di pazienti”. “Il trattamento del tumore del polmone – conclude la dott.ssa Garassino – è indirizzato sempre più verso la personalizzazione della terapia, anche grazie all’utilizzo dei biomarcatori. Fra i vari fattori un ruolo in questo senso potrà essere svolto in futuro dal tumor mutational burden: si basa sul principio che quanto più la cellula tumorale si differenzia da quella normale tanto maggiore è la possibilità che il sistema immunitario la riconosca come estranea e quindi si attivi per contrastarla. Uno studio pubblicato recentemente sul New England Journal of Medicine ha infatti evidenziato che i pazienti con un alto numero di mutazioni rispondono meglio all’immuno-oncologia. E si è osservato come i grandi fumatori presentino molte mutazioni, per questo potrebbero essere i candidati ideali per l’immuno-oncologia”.