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Tumore stomaco: nel 2019 colpiti oltre 14mila italiani

STEFANIA GORI: “LE LINEE GUIDA DEVONO ESSERE IMPLEMENTATE NELLA PRATICA CLINICA”

Il carcinoma dello stomaco è collegato agli stili di vita, primo fra tutti l’alimentazione. Sono considerati fattori di rischio il forte consumo di carni rosse o di cibi affumicati e ricchi di nitrati. Influiscono inoltre un’alimentazione povera di frutta e verdura, l’abuso di alcol e il fumo di sigaretta. Tuttavia non esiste una causa unica del tumore e quindi risulta difficile prevenirlo. I sintomi sono generici e spesso compaiono quando la malattia è già in fase avanzata. “Nel 2019 la neoplasia ha colpito 14.300 italiani – spiega Stefania Gori, Presidente Fondazione AIOM -. E’ importante che le linee guida nazionali sul carcinoma gastrico vengano implementate nella pratica clinica: tali percorsi rappresentano le loro modalità applicative. Tuttavia la fotografia della situazione, a livello nazionale, fa emergere una carenza nella disponibilità di Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali per questo tumore. Fondazione AIOM, punto di riferimento dei bisogni anche assistenziali dei pazienti oncologici, ritiene fondamentale che in tutte le Regioni italiane siano disponibili tali PDTA e si impegnerà affinché tale risultato sia raggiunto”. “Gli integratori rappresentano un presidio fondamentale per la nutrizione delle persone che hanno subito una gastrectomia – spiega Claudia Santangelo, presidente dell’Associazione Vivere senza stomaco si può Onlus -. Sono in grado di consentire un equilibrato e corretto apporto di nutrienti anche in assenza totale o parziale dello stomaco. Tuttavia vi è ancora un trattamento differenziato da Regione a Regione che di fatto discrimina i pazienti a parità di condizione. Secondo una stima dell’Associazione italiana registro tumori, sono oltre 3 mila i pazienti esclusi dalla rimborsabilità degli integratori sul territorio nazionale”.

Vero o falso?

LA CURCUMA HA PROPRIETÀ ANTITUMORALI?

E’ SOLO IN PARTE VERO, nel senso che alcuni studi preliminari suggeriscono che la curcuma potrebbe avere effetti di controllo sull’infiammazione e sulla proliferazione delle cellule tumorali. “Queste ricerche rappresentano niente altro che un buon presupposto per condurre ulteriori studi, ma al momento non è dimostrata alcuna utilità clinica della curcuma, né come prevenzione né come trattamento dei tumori” afferma il prof. Massimo Di Maio, Segretario Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM).

La curcuma è una spezia largamente impiegata in cucina, sia per insaporire i cibi che come colorante. E’ conosciuta anche come “zafferano indiano”, è coltivata ampiamente in molti paesi asiatici, ed appartiene alla famiglia dello zenzero. Come succede per altre sostanze, è un dato di fatto che i paesi del mondo che si caratterizzano per un consumo più elevato di curcuma sono anche caratterizzati da una minore incidenza di alcune forme tumorali. Tuttavia, bisogna stare attenti: tale dato è assolutamente lontano dal dimostrare una relazione causa-effetto tra l’assunzione di curcuma e l’incidenza di tumori. Quegli stessi paesi differiscono per mille altre variabili, sia legate alla dieta che ad altri fattori di rischio.

“La curcuma è innocua e il suo impiego gastronomico non comporta rischi per la salute – prosegue Di Maio -. Almeno alle dosi comunemente adottate per insaporire i piatti, infatti, e anche a dosi “generose” per periodi di tempo discretamente lunghi, non sono descritti effetti collaterali degni di nota. Peraltro, è bene ribadire che, se a qualcuno venisse l’idea di assumerne grandi quantità, queste potrebbero essere associate a fastidi gastrointestinali, oltre che a possibili interferenze con i farmaci assunti dal paziente, inclusa la chemioterapia. Quindi, fino a prova contraria, l’uso antitumorale della curcuma, non solo come terapia alternativa (al posto delle terapie standard), ma anche come terapia complementare (in aggiunta alle terapie standard) va sconsigliato”.

NEWS DAL MONDO

Sanità: Italia è nella Top Ten mondiale per qualità

Il sistema sanitario nazionale italiano occupa, per qualità, il nono posto della classifica mondiale. Dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia. È quanto emerge dalla prima analisi a livello nazionale ‘Global Burden of Disease (GBD) Study’, pubblicata sulla rivista The Lancet Public Health. “Ne emerge un quadro globalmente positivo – afferma Lorenzo Monasta, primo autore del lavoro – pur con alcune criticità. Tra queste c’è l’invecchiamento rapido della popolazione”. Nel 2017, l’aspettativa di vita alla nascita ha raggiunto 85,3 anni per le femmine e 80,8 per i maschi, classificando l’Italia ottava a livello mondiale per le femmine e sesta per i maschi. Tra il 1990 e il 2017 i tassi di mortalità a causa di malattie cardiovascolari sono diminuiti del 53,7%, per le neoplasie del 28,2 % e del 62,1% per gli infortuni durante il trasporto. Inoltre, la riduzione della mortalità infantile e sotto i 5 anni molto bassa è un ulteriore indicatore “dell’efficienza del sistema sanitario.

I NOSTRI CONSIGLI

Orario ideale per il caffè? A metà mattinata

A casa o al bar il caffè mattutino è un rito irrinunciabile per milioni di italiani. L’orario ideale per berlo è tra le 9,30 e le 11,30, comunque un paio d’ore dopo essersi svegliati. E’ questo il momento migliore per godere a pieno dei benefici della caffeina, perché nell’organismo si abbassano i livelli di cortisolo (meglio noto come l’ormone dello stress) rispetto a quando si è appena svegli. Al momento del risveglio, c’è un picco di questo ormone nel sangue, che dovrebbe far sentire più svegli vanificando sostanzialmente gli effetti della caffeina o ancora peggio creando assuefazione e facendoci sentire di volta in volta la necessità di berlo sempre più forte per ottenere degli effetti sull’organismo.

Lo stesso accade all’ora di pranzo e tra le 17,30 e le 18,30, tutti orari non indicati per bere il caffè. I livelli di cortisolo variano però da persona a persona per questo gli orari indicati potrebbero non essere validi proprio per tutti.