Newsletter

Intervista a Stefano Cascinu, Direttore Oncologia AUO di Modena

“AL NORD PIU’ CASI DI TUMORE DEL PANCREAS”

Professore il tumore del pancreas è in aumento nel nostro Paese?
Sì, secondo i dati più recenti in quindici anni i casi in Italia sono aumentati del 59%. Nel 2002 erano 8.602, nel 2017 sono stati 13.700. I principali fattori di rischio sono: fumo, obesità, età e sedentarietà rappresentano i principali fattori di rischio. In particolare alle sigarette è riconducibile il 20-30% delle diagnosi fra gli uomini e il 10% fra le donne.

A livello regionale sono riscontrate delle differenze?
Esistono forti differenze geografiche nella diffusione di questa neoplasia e il fenomeno si può spiegare anche per le diverse abitudini alimentari. Al Sud la patologia colpisce nettamente meno rispetto al Nord: – 25% fra gli uomini e -28% fra le donne. Il maggiore consumo di frutta e verdura fresche, tipico della dieta mediterranea ancora molto diffusa nel Meridione, protegge infatti dal rischio di insorgenza di questo tipo di cancro.

Esistono metodi per la diagnosi precoce della malattia?
Al momento no e infatti solo il 7% dei casi infatti è individuato in stadio iniziale, oltre la metà quando la malattia è già in fase metastatica. Spesso sintomi come dolore allo stomaco, gastrite e cattiva digestione vengono confusi con quelli di altre patologie. Questo spiega perché il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è pari all’8%. E’ un dato superiore rispetto alla media europea (6,9%) e a quella dei Paesi dell’Europa centrale (7,3%) e settentrionale (4,8%), ma decisamente inferiore rispetto ai risultati raggiunti in altre neoplasie frequenti come quelle al seno e alla prostata.

E per quanto riguarda le ultime terapie a disposizione degli specialisti?
Alcune ci permettono di ottenere un controllo significativamente prolungato della malattia metastatica. Sono inoltre caratterizzate da un profilo di tossicità favorevole, per questo possono essere utilizzate anche nei pazienti anziani. In particolare nab-paclitaxel (paclitaxel legato all’albumina formulato in nanoparticelle) presenta un meccanismo di trasporto innovativo che sfrutta le nanotecnologie.

Lo sapevi che...

IN ITALIA GLI ANZIANI CON CANCRO GUARISCONO MENO CHE IN EUROPA?

Ogni giorno in Italia più di 510 nuove casi di cancro riguardano gli over 70. Il 63% dei pazienti colpiti da tumore è vivo a cinque anni dalla diagnosi, percentuale che pone il nostro Paese al vertice in Europa. Purtroppo non è così per gli anziani, che presentano tassi inferiori alla media continentale. In particolare, gli uomini 65-74enni e le donne over 75 hanno una prognosi peggiore (circa 37%) dei coetanei europei (40%). Le cause? Stili di vita scorretti, minor accesso alle sperimentazioni e alle terapie più efficaci, malattie concomitanti ed esclusione dai programmi di screening, che si fermano a 69 anni.

Nello specifico secondo gli ultimi dati ogni anno in Italia più di 186.500 casi di tumore vengono diagnosticati negli over 70 (oltre la metà del totale delle diagnosi). Le cinque neoplasie più frequenti negli uomini che hanno superato questa soglia sono quelle della prostata (19%), polmone (17%), colon-retto (14%), vescica (12%) e stomaco (5%). Nelle donne, al primo posto si trova il carcinoma della mammella (22%), seguito dal colon-retto (16%), polmone (8%), pancreas (6%) e stomaco (5%).

“L’accesso alle cure diventa più difficile con l’avanzare degli anni – afferma Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM -. Sette over 70 su dieci scoprono la malattia in fase avanzata, quando le terapie sono meno efficaci. Anche gli anziani possono sconfiggere il cancro, ma vanno abolite le discriminazioni che questi pazienti devono ancora affrontare, con più impegno sul fronte della prevenzione. Chiediamo che i test di screening siano estesi almeno fino a 74 anni. In questo modo aumenteranno le diagnosi in fase iniziale e le possibilità di guarigione”. “L’invecchiamento generale della popolazione e l’allungamento dell’aspettativa di vita stanno determinando un progressivo cambiamento nell’età dei pazienti che accedono alle cure nelle Unità di Oncologia nel nostro Paese: occorre garantire sia qualità della cura sia qualità di vita – conclude la Presidente Gori -. Senza dimenticare la prevenzione terziaria, comprendente l’adeguamento a stili di vita che hanno dimostrato di ridurre il rischio di recidive del tumore. Inoltre è essenziale coinvolgere gli anziani nelle sperimentazioni cliniche dei trattamenti innovativi. A causa della frequente esclusione degli anziani dagli studi clinici i miglioramenti ottenuti in oncologia negli ultimi decenni hanno riguardato solo marginalmente questa popolazione. Le sperimentazioni sono condotte di solito nelle persone giovani o adulte. La realtà clinica è invece molto spesso costituita da anziani con numerose malattie concomitanti. In particolare per i farmaci biologici, oggi utilizzati nel trattamento di tumori molto frequenti come quelli della mammella, del polmone e del colon-retto, non vi è esperienza clinica adeguata condotta negli anziani, che, invece, in alcuni casi, potrebbero ottenere risultati addirittura migliori rispetto ai più giovani”.

VERO O FALSO?

L’olio di cannabis è efficace contro il cancro?

No, è falso. E’ vero che sostanze estratte dalla cannabis si sono dimostrati efficaci come antidolorifici e possono essere usate a tal fine sotto la supervisione di medici specialisti, ma ad oggi non vi sono evidenze che l’olio di cannabis sia realmente efficace contro i tumori. Con l’assunzione di tale sostanza tra pazienti oncologici si è diffuso con l’idea che sia più “naturale” dei suoi composti chimici attivi quali il cannabidiolo (CBD) ed il tetraidrocannabinolo (THC) e dei composti farmaceutici basti su CBD e THC (dronabinol, nabilone e nabiximols). Il CBD ed il TCH hanno ormai comprovata efficacia contro alcuni sintomi in pazienti oncologici, tra cui alcuni indotti dalla chemioterapia, quale il dolore neoplastico, la sindrome cachettica e la riduzione dell’appetito e la nausea-vomito indotti dalla chemioterapia. Tuttavia il dosaggio e la modalità di somministrazione rimane una questione aperta, in quanto il problema in ambito scientifico nello studio di tali sostanze attive è proprio garantire e controllare il dosaggio e l’esposizione farmacologia. Questo problema crea tuttora difficoltà nell’interpretare e paragonare i risultati di diversi studi.

PREVENZIONE

Ecco come la struttura di una città influenza gli stili di vita

E’ ormai dimostrato scientificamente che esiste un rapporto tra la struttura urbanistica e la comparsa di alcuni gravi problemi di salute (come il diabete). Questa tendenza tende ad essere maggiore nei grossi centri urbani rispetto invece alle città che di medio-piccole dimensioni. In particolare la configurazione di un centro urbano può stimolare positivamente o meno la tendenza di un cittadino a praticare regolarmente attività fisica. Oppure può incentivare a comportamenti negativi per la salute come seguire una dieta squilibrata e ricca di grassi. La specialità della medicina che studia questi fenomeni si chiama “Urban Healt”. “Quando le città sono particolarmente disperse, non sono bene collegate dal trasporto pubblico e non presentano aree verdi le persone tendono a comportarsi male e prestano meno attenzione al benessere – ha sottolineato il dott. Gerardo Medea Responsabile SIMG per la Macroarea della Prevenzione -. Si tratta di ribaltare questo concetto e nella riorganizzazione delle nostre città un ruolo fondamentale spetta ovviamente agli amministratori e alla politica. Però anche il mondo della scienza e della medicina deve prestare maggiore attenzione a questi aspetti che apparentemente risultano marginali. Dobbiamo quindi avviare un dialogo costruttivo e un rapporto di collaborazione con tutte le Istituzioni sia quelle locali che nazionali”.