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Intervista a Massimo Falconi, Direttore del Centro del Pancreas del San Raffaele di Milano

“CHIRURGIA DEL PANCREAS SOLO IN CENTRI SPECIALIZZATI”

Il bisturi può essere un’arma contro il tumore del pancreas?
La chirurgia è oggi uno dei modi più efficaci per intervenire sulla neoplasia. Tuttavia l’aggressività di questo tipo di carcinoma richiede però competenze del tutto particolari. Non è accettabile che alcuni pazienti siano operati in centri che svolgono uno o due interventi l’anno. Solo attraverso la giusta competenza si può curare questa patologia.

La chirurgia pancreatica è quindi estremamente complessa?
Certo e meno del 20% dei pazienti è candidabile a un intervento con intento curativo, con una sopravvivenza a 5 anni intorno al 20-30%. Numerosi studi hanno dimostrato che i rischi di gravi complicanze dopo un intervento sono più alti nei centri che eseguono raramente queste operazioni. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha evidenziato che il tasso di mortalità dopo il più frequente intervento di chirurgia pancreatica (la duodenocefalopancreasectomia) è maggiore nei centri ‘a basso volume’ (mortalità = 16,3%) rispetto a quelli ‘ad alto volume’ (mortalità = 3,8%). In questo studio vengono definiti ad alto volume i centri che eseguono almeno 16 interventi di duodenocefalopancreasectomia all’anno.

Anche in Italia è stata confermata la relazione tra esperienza dell’ospedale e rischio operatorio?
Secondo un’analisi dei dati raccolti dal Ministero della Salute ha mostrato che nel nostro Paese, in un ospedale con poca esperienza in chirurgia pancreatica, il paziente ha un rischio di morire di 5 volte maggiore rispetto ai centri con più esperienza.

Come è possibile migliorare l’assistenza ai pazienti?
Così come è stato fatto con le Breast Unit anche per il tumore del pancreas dovrebbero essere individuate strutture di riferimento certificate sulla base di chiari parametri e non per autoreferenzialità. Va poi sottolineato che la decisione dell’intervento chirurgico non può essere affidata al solo chirurgo ma deve essere condivisa da tutto il team multidisciplinare che ruota attorno ai bisogni del malato (radiologo, endoscopista-gastroenterologo, patologo, oncologo/radioterapista

Lo sapevi che...

UN PAZIENTE PUÒ CONTINUARE A LAVORARE ANCHE DURANTE LE TERAPIE ANTI-CANCRO?

Il lavoratore ha il diritto di essere assegnato a mansioni adeguate alla sua capacità lavorativa. Se le sue condizioni di salute si aggravano con conseguente riduzione o modifica della capacità di lavoro, ha il diritto di essere assegnato a mansioni equivalenti o anche inferiori, purché compatibili con le sue condizioni, mantenendo in ogni caso il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza. Il lavoratore malato di cancro inoltre può chiedere di non essere assegnato a turni di notte, presentando al datore di lavoro un certificato attestante la sua inidoneità a tali mansioni. Il malato di cancro che desideri continuare a lavorare dopo la diagnosi e durante i trattamenti può usufruire di forme di flessibilità per conciliare i tempi di cura con il lavoro (come il tempo parziale). Analogo diritto è riconosciuto, in forma attenuata, ai familiari lavoratori.

Se il lavoratore malato di cancro desidera continuare a lavorare durante le terapie, ma senza recarsi in ufficio, può chiedere di lavorare da casa. La richiesta di telelavoro, se accolta dal datore, deve essere formalizzata in un accordo scritto nel quale devono essere riportati le attività da espletare e le modalità di svolgimento, le mansioni, gli strumenti di telelavoro, i rientri periodici in ufficio e le riunioni cui presenziare, l’eventuale termine della modalità di telelavoro e la relativa reversibilità con il rientro in ufficio su richiesta del datore di lavoro o del dipendente.

Uno studio pubblicato nel 2009 sulla prestigiosa rivista internazionale JAMA ha dimostrato che chi sopravvive a un tumore ha il 37% in meno di possibilità di trovare lavoro quando finisce le cure. E sono soprattutto le donne a incontrare maggiori difficoltà, in particolar modo quelle colpite da cancro al seno. I tumori in generale rappresentano un’enorme realtà multidimensionale non confinata solo agli aspetti clinici e di ricerca, ma anche gravata da rilevanti ricadute sulla sfera affettiva, psicologica, familiare, lavorativa e assicurativa. Un’indagine condotta dalla Fondazione Censis ha evidenziato che per le donne colpite da tumore del seno la ripresa delle normali attività quotidiane ha richiesto in media più di otto mesi, con uno strascico rilevante di criticità (ad esempio disturbi del sonno e alimentari, preoccupazioni per il proprio aspetto fisico).

Sono tutti aspetti spesso sottovalutati ma con una ricaduta importante sulla stessa efficacia delle cure. Preoccupanti anche le conseguenze in ambito professionale: dall’indagine è emerso che oltre il 42% delle donne è stato costretto a fare assenze associate alla patologia e quasi il 20% ha dovuto lasciare il lavoro. La malattia ha significato un mutamento spesso radicale delle prospettive professionali, fino all’estremo risultato dell’espulsione dal mondo del lavoro.

VERO O FALSO?

Il caffè ha un effetto cancerogeno?

NO! Anzi sembrerebbe avere un effetto protettivo nei confronti di alcuni tumori. La presunta cancerogenicità del caffè deriva dal suo posizionamento nell’ormai lontano 1991 fra le sostanze possibilmente cancerogene (gruppo 2B) da parte dell’International Agency for Research on Cancer (IARC), a seguito di modeste evidenze scientifiche che sembravano provarne l’associazione con lo sviluppo del tumore alla vescica. Il componente del caffè maggiormente indicato come potenziale responsabile dello sviluppo di tumori sembrerebbe essere l’acrilammide, una sostanza che si forma durante la cottura a temperature elevate (sopra i 120 gradi) dei cibi ricchi di amidi come patate, caffè, cereali, pane, pizza, biscotti, fette biscottate ed è stata classificata probabilmente cancerogena. Tuttavia, nel 2011 e 2014, due grossi studi hanno mostrato come non vi sia associazione tra consumo alimentare di acrilammide e rischio di sviluppare diversi tumori. Inoltre nel 2016 l’IARC ha stabilito che le evidenze scientifiche attualmente disponibili, molto più numerose e di maggiore qualità metodologica, “scagionano” il caffè in quanto tale e che, pertanto, non è più possibile ritenere questa bevanda una sostanza con potenziale cancerogeno.

NOTIZIE DALL'ITALIA

Allarme obesità: “Ripartire dai bambini”

“Le statistiche sull’obesità infantile ci presentano una situazione preoccupante, in Italia come nel resto del mondo. Non ci sono, tuttavia, attualmente dati su larga scala per la popolazione infantile italiana 0-14 anni. I pediatri di famiglia sono depositari di un enorme data-base che raccoglie le misurazioni antropometriche di centinaia di migliaia di bambini rilevate in occasione dei bilanci di salute”.

E’ questo il commento del dott. Paolo Biasci, Presidente Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) che interviene sull’allarme obesità. “Va decisamente rivista la strategia di approccio al problema dell’obesità infantile – prosegue il dott. Mattia Doria, Segretario Nazionale FIMP alle attività scientifiche ed etiche -. Lo sappiamo bene, l’intervento nel bambino già obeso non porta facilmente a risultati buoni e duraturi. L’impegno nostro è sviluppare nuove strategie di intervento preventivo a partire dal rinforzo dell’allattamento materno, supportando le mamme nella decisione di proseguirlo più a lungo possibile, e dall’introduzione dell’alimentazione complementare con quantità e modalità che permettano la precoce acquisizione dell’autocontrollo della sazietà”.